| Chilocalorie (kcal) | Decijoule (dJ) |
|---|---|
| 1 Chilocaloria | 41840 dJ |
| 2 Chilocalorie | 83680 dJ |
| 3 Chilocalorie | 125520 dJ |
| 4 Chilocalorie | 167360 dJ |
| 5 Chilocalorie | 209200 dJ |
| 10 Chilocalorie | 418400 dJ |
| 20 Chilocalorie | 836800 dJ |
| 25 Chilocalorie | 1046000 dJ |
| 50 Chilocalorie | 2092000 dJ |
| 100 Chilocalorie | 4184000 dJ |
| Riferimento | Chilocalorie (kcal) | Decijoule (dJ) |
|---|---|---|
| One food calorie (kcal) | 1 kcal | 41840 dJ |
| An AA alkaline battery | 2.39006 kcal | 100000 dJ |
| Daily adult food intake | 2000 kcal | 83680000 dJ |
| One unit on an electricity bill | 860.421 kcal | 36000000 dJ |
| A lightning strike | 239006 kcal | 1 × 1010 dJ |
La chilocaloria è un’unità di energia pari a 1000 calorie, ossia esattamente 4184 joule. Il suo simbolo è kcal. È l’unità in cui si conta l’energia degli alimenti quasi in tutto il mondo, che l’etichetta lo dica o no.
La denominazione è un disordine che nessuno ha voluto sistemare. Negli Stati Uniti e in gran parte del mondo anglofono le etichette alimentari stampano la parola caloria quando intendono chilocaloria, talvolta con la maiuscola per segnare la differenza, distinzione che non sopravvive ad alcuna conversazione parlata e a poche scritte. La maggior parte dell’Europa evita la trappola stampando kcal in modo esplicito, di solito accanto ai chilojoule.
Le cifre di un’etichetta non si ottengono bruciando l’alimento. Vengono dal sistema di Atwater, ideato a fine Ottocento, che assegna valori energetici fissi ai macronutrienti: quattro chilocalorie per grammo di proteine e di carboidrati, nove per grammo di grassi e sette per grammo di alcol. Sono medie che ignorano quanta energia il corpo estragga davvero, cosa che varia con la cottura, la lavorazione e la persona.
Il fabbisogno umano si colloca su una scala comoda. Un adulto ha bisogno di circa 2000-2500 chilocalorie al giorno a seconda della corporatura e dell’attività, un’ora di cammino ne costa circa 250, e un chilogrammo di grasso corporeo ne immagazzina circa 7700. Da quest’ultima cifra viene il consiglio corrente di mantenere un deficit di 500 chilocalorie al giorno per perdere mezzo chilo alla settimana, benché il corpo adatti il proprio dispendio e la perdita reale sia più lenta di quanto suggerisca il calcolo.
Le scienze dello sport e la nutrizione clinica usano l’unità con precisione, nella calorimetria indiretta e nel calcolo del metabolismo basale. I mangimi, la nutrizione ospedaliera e l’industria alimentare indicano la densità energetica in chilocalorie per cento grammi.
La letteratura più antica di chimica e ingegneria usa la chilocaloria per le entalpie di reazione e i poteri calorifici, dove compete con il chilojoule e impone una lettura attenta.
Le cifre sull’esercizio in quest’unità sono abitualmente sovrastimate, e la ragione è aritmetica anziché disonestà. Una macchina che annuncia 300 chilocalorie per mezz’ora conta di norma il dispendio lordo, compreso ciò che il corpo avrebbe bruciato da seduto, sicché il di più imputabile all’esercizio è minore. I tre macronutrienti differiscono inoltre nettamente: il grasso fornisce circa 9 chilocalorie per grammo contro 4 di proteine e carboidrati, e l’alcol sta in mezzo a 7, ragione per cui un piccolo cambiamento del tenore di grasso di un alimento sposta tanto la sua cifra. Capire questi due punti dissolve quasi tutta la confusione che l’unità genera nella vita quotidiana.
Una chilocaloria equivale a 1000 calorie, a 4184 joule o a circa 1,162 wattora.
Il decijoule è un’unità di energia pari a un decimo di joule, cioè 0,1 joule. Il suo simbolo è dJ. Si forma esattamente come il decimetro e il decilitro, e appartiene a pieno titolo al sistema metrico, ma si scrive assai meno di entrambi perché la quantità che nomina si dà di solito come frazione decimale di joule.
La scala si sente senza difficoltà. Una mela da cento grammi che cade di dieci centimetri arriva con circa un decijoule. Una trappola per topi a molla ne immagazzina qualcuno, un colpetto deciso del dito ne consegna all’incirca uno, e un sassolino lanciato dal basso ne porta parecchi. È la prima zona, salendo dal millijoule, in cui una persona avverte l’energia direttamente come una spinta e non come uno scatto.
La sicurezza dei prodotti usa questo intervallo anche quando non ne usa il nome. Le regole sui proiettili dei giocattoli si scrivono in joule e decimi di joule, le repliche ad aria compressa sono limitate a circa un joule in diversi paesi, e le prove d’urto su provini di plastica piccoli danno risultati in decimi. Le cifre compaiono come 0,3 J o 0,5 J e non come 3 dJ o 5 dJ, ma la grandezza regolata è precisamente quella che il decijoule nomina.
Il prefisso deci è sopravvissuto in altre unità per comodità più che per logica. Il decilitro è una misura corrente di cucina in Scandinavia, in Svizzera e in buona parte dell’Europa centrale, e il decimetro cubo è esattamente il litro, il che infila in sordina il prefisso in un’unità che quasi tutti adoperano. Il decigrammo compare in farmacia e nel commercio dei metalli preziosi, e il decibel esiste perché il bel si rivelò un gradino troppo largo per descrivere il suono.
Con il joule nessuna di quelle spinte ha agito. L’ingegneria si era già fermata su prefissi che avanzano di mille in mille, e la virgola fa il resto: 0,4 joule non costa più di 4 decijoule da scrivere e sta nella stessa tabella di 40 joule o 4 chilojoule senza cambiare unità. Un prefisso si guadagna il posto accorciando ciò che si scrive, e qui non accorcia nulla.
Incontrare l’unità è dunque soprattutto questione di letteratura antica, di documenti tecnici tradotti e di materiale didattico che percorre tutta la scala dei prefissi. La conversione è immediata in entrambi i sensi: moltiplicare per cento per avere millijoule, dividere per dieci per avere joule, e il valore entra tale e quale nella notazione che lo circonda.
Un decijoule equivale a 0,1 joule, a circa 0,0239 calorie o a circa 0,0000278 wattora.